Pubblicato da: troppitrippi | novembre 12, 2007

Regata n. 2: marosi e marette

Arrivo in boa

Domenica 11 novembre (San Martino, patrono dei pellegrini malvestiti). 

Sì direi che la seconda di campionato è stata caratterizzata da marosi (fuori bordo) e marette (a bordo).  Ma tutto torna utile e, come dice l’augusto capitano, l’importante è trarne una morale.

Cmq, ecco intanto il resoconto. Consumati i rituali del mattino (nella fattispeccie: cornetto, cappuccino, caffè lungo, caffè macchiato, un thè caldo grazie, a me mi fa un latte macchiato con due dita di schiuma? etc. etc.) la ciurma si imbarca. Già nel canale si avverte l’onda… e non è l’onda mortaccina del sabato precedente. Questa è l’onda viva di una mare forza quattro (per i non addetti ai lavori: leggetevi la scala di Douglas), agitata da una nottata di vento battente. I risultati non tardano a farsi sentire, sul morale quanto soprattutto sugli stomaci della ciurma. Dopo appena venti minuti di navigazione a motore moderato (sempre per la solita strategia fuelsaving) che bastano a raggiungere il campo di regata, praticamente i 7/9 della ciurma vanno in knock out.

Il campo di regata si preannuncia difficile: due metri e mezzo d’onda, vento stimato (con le solite interfacce umane: cioè a pelle) intorno ai 15 nodi e soprattutto: ma dove c*** è la barca giuria. Niente, all’orizzonte soltanto vele spiegate (e anche piuttosto sbandate), nuvolaglia incipiente, rafficoni a vista ma della barca giuria non c’è traccia. Ok ci rassegnamo al circling serrato della pre-partenza, che a dirla così sembra una cosa figa ma in realtà si tratta di guardarsi intorno alla ricerca dell’unico natante senza vela e quindi una volta avvistato, con un enfasi che manco Cristoforo Colombo dopo nove mesi di navigazione (barca giuria a ore dodiciiiiii), via, a tutto motore nella direzione annunciata, a tallonarla cercando di non farsi troppo male. Infatti, l’intera flottiglia – una ottantina di barche – risponde allo stesso modo al richiamo ancestrale (terraaaaa) e si avventa con foga sull’obiettivo per sbirciare la direzione della prima boa e dare avvio alle solite pratiche di marcatura della linea di partenza.

Noi siamo troppo tramati anche solo per pensare che si debba partire. Nel frattempo intoppo numero uno: ci manca il fiocco (eccheccazz). Decidiamo di partire con il genoa ma non quello de cachemire che me se rovina se prende acqua, quello da battaglia che se dovemo morì almeno il genova me se salva! Già stesi dai conati portiamo giù il genoa buono e su quello battagliero. In un attimo e senza preavviso alcuno il comitato di regata annuncia la partenza. In tutta fretta tiriamo su randa ma – santa polenta taragna – questa decide di incartarsi sul pre-feeder. Manovra concitata quanto disperata ma alla fine ce la facciamo… e solo una cappellata del comitato di regata (che annuncia la partenza di una classe sbagliata) ci salva da una partenza fuori tempo massimo. Passiamo quindi all’issata del genoa e anche questo decide di incattivarsi. Noi ci mettiamo il resto con una bella scotta dentro le sartie e – fortuna fortunella – proprio la scotta delle mura di issata (eccheccazz 2). Insomma partenza per il rotto della scuffia (ah aha aha che battuta) da buoni ultimissimi.

A bordo la tensione è palpabile, molto più forte di quella che sentiamo sulle scotte tirate al massimo da raffiche intorno ai venti nodi. Dobbiamo recuperare posizioni, dobbiamo resistere al mal di mare, dobbiamo dimostrare di essere un equipaggio cazzuto (mentre tutti noi ripetiamo segretamente come un mantra: le barche a vela non affondano, le barche a vela possono andare  sbandate anche con l’acqua che ti supera la falchetta sottovento, le barche a vela se si sdraiano si riaddrizzano, la randa è tarata per andare tutta a riva fino a 15 nodi di apparente … e simili altri pensieri di conforto).

Superiamo indenni il primo bordo di bolina con la barca che salta sui marosi tagliati dritti di prua. Dietro ci lasciamo anche qualche barca. Non male, anche se l’agognata vendetta contro Bellamia deve farsi attendere. La poppa procede bene: manovre attente, nessuna caramella allo spi e vento tutto sommato stabile ci consentono di guadagnare ancora qualche posizione. La seconda bolina ci prende in una fase di stanca: stanca la ciurma e stanco anche il vento che d’improvviso decide di mollare, proprio sul nostro bordo. Stanco anche il capitano che questa volta non ha potuto contare sul solito equipaggio di timonieri nati e navigati ed è rimasto solo a smazzarsi tattica e conduzione. Credo che tra le due abbia privilegiato la seconda (osanna al capitano!). Il passaggio sulla seconda boa di bolina è stato un capolavoro di classe (onestamente la parola giusta è un’altra e inizia sempre per c….): arrivo  un pelo sotto la layline, per intenderci quel tanto che basta per prendere in pieno la boa e portarsela dietro con tutto il calumo, rapida orzata verso prua al vento, superamento d’abbrivio e poggiatona verso la poppa. Ooopsss, dimenticavo l’altro numero da illusionisti: virata sulla cresta dell’onda con avvitamento in aria, wow. Giuro: per un attimo la barca è parsa sospesa nel vuoto, senza nessun appoggio sull’acqua salvo forse la chiglia!

La seconda poppa direi che è andata senza infamia e senza lode: anche qui un bordeggio toppato (di cui peraltro si è accorto solo il capitano, giusto per dire quanto stavamo fuori fase) ci ha penalizzato nella corsa al recupero ma alla fine l’abbiamo sfangata, nonostante un vento bastardo e infido. Arrivo bolinando sotto spi e … stop, d’improvviso è finito tutto. Finita l’adrenalina, finita la regata, solo il mal di mare ha continuato a imperversare!

Insomma, tutto sommato una gran bella regata, che ha messo a dura prova la ciurma, la barca e il capitano ma si sa, quando il gioco si fa duro… i duri sono là pronti a giocare.

Alla prossima sfida …. e Bellamia, statte ancora accuorta, che la partita è ancora tutta da giocare!

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