Pubblicato da: troppitrippi | giugno 16, 2008

si può imparare l’oceano?

Io non ho paura del mare. Eppure, sebbene sia anche il mio sogno (come del resto quello di ogni marinaio degno di questo nome), non potrei avventurarmi alla volta dello sconfinato oceano mare. Non da sola sicuramente. Di certo neanche con qualcuno che, pur abile navigatore del Mare Nostrum, non lo abbia già affrontato almeno un paio di volte, sulle rotte dei venti portanti e sulle rotte che corrono alle latitudini più alte, con i venti contrari.

E mi chiedo, ma come si fa a imparare l’oceano? Come si fa ad affrontarne per la prima volta il respiro infinito? L’oceano non è mai “calmo”, è una enorme massa in movimento, è una cosa viva e potente. Provate ad affacciarvi su una scogliera a picco sull’oceano in una giornata di calma di vento, e magari scegliete un posto di quelli che vi fanno immaginare di essere sul limes estremo (Cabo de Sao Vicente in Algarve, Land’s end in Cornovaglia). Anche in questi momenti di apparente quiete, anche se la superficie dell’acqua è immobile, riesci a sentire l’oceano e la sua forza sconfinata.

E allora, come si fa ad imparare l’oceano?

Forse è che anche io sono permeata di questa attitudine tutta contemporanea a proceduralizzare, medicalizzare, riportare tutto a formule note. Oggi per fare qualunque cosa devi seguire un corso: non è pensabile che tu affronti una esperienza senza che nessuno (il quale in genere non è un esperto della cosa ma un esperto formatore !!) ti abbia insegnato come farlo.

Non credo che Colombo, Vespucci o Magellano abbiano seguito un corso tipo “grandi navigatori si diventa” o roba del genere. Immagino che abbiano sentito il richiamo e semplicemente mollato gli ormeggi. Così come, leggendo uno splendido volume sulla storia dello yachting e degli yacht, apprendo che attraversare l’oceano per aristocratiche sfide veliche era una cosa normalissima all’inizio del secolo, quando gli americani sbarcavano a Cowes per la settimana velica, o gli inglesi ricambiavano la cortesia veleggiando alla volta del new england.

Oggi sembra una impresa. Una sfida comunque epica. Mi chiedo come può essere l’attimo in cui – citando a sproposito Erri De Luca – stacchi l’ombra da terra e abbandoni orizzonti a te familiari.

Cosa si prova quando ci si abbandona all’oceano…

Ecco ho lanciato una bottiglia in mezzo al mare. Chissà se qualcuno la raccoglierà mai per raccontarmi come è stata la sua prima volta… come si è preparato… se lo ha fatto con impavida determinazione o con noncurante incoscienza…

Veri navigatori, superbi marinai… vi aspetto su queste pagine!

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Responses

  1. oggi è un’impresa ma puoi farcela, prova a vedere questo

    http://www.worldcruising.com/

    telegrafico ma leggo sempre

  2. Grazie Little! Ho dato intanto una veloce occhiata al sito e quasi quasi oggi faccio un salto alla Libreria del mare a vedere se hanno questa bibbia di Jimmy Cornell!
    Intanto proprio ieri mi è arrivato il Giornale della vela e c’è – finalmente – un articolo decente su un navigatore oceanico “amatoriale”… uno di noi, insomma!

  3. In oceano ci si arriva navigando. Si parte da Fiumicino e si naviga per centinaia di miglia tra Tirreno, Golfo del Leone, Mare di Alboran, Stretto di Gibilterra, 800 miglia di Atlantico fino alle Canarie. Ti garantisco che quando sarai arrivata a Puerta de la Cruz sei pronta per fare il salto. Le difficoltà per arrivare alla partenza sono nulla in confronto alla traversata vera e propria.

  4. Grazie Roberto! Certo, se come dici tu, ti fai marinaio man mano che vai verso la meta, probabilmente affrontare il grande mare è meno traumatico…
    Se uno di questi giorni dovessi riuscirci… racconterò come è andata!


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