Pubblicato da: troppitrippi | luglio 25, 2008

il felice porto del Circeo

Venerdì 18 luglio

Archiviato il rientro dall’Argentario, ecco che mi capita di riprendere il mare. L’occasione è una gita organizzata da Zipper a Ponza con un gruppo di amici. Però, visto che le 60 miglia di trasferimento sono un godimento solo per i veri amanti della vela, decidiamo di agevolarli imbarcandoli al Circeo.

Come si usa tra amici, diamo tutti una mano al nostro Zipper. In particolare mi offro come secondo per portare la barca al Circeo insieme all’augusto comandante.

Molliamo gli ormeggi ufficialmente alle 14:30 con una brezza tesa che ci sospinge al traverso sulla nostra rotta (Fiumicino – Circeo 55 miglia circa, prua per 128°). Tutto procede magnificamente (non l’avreste detto, eh 😉 . C’è un po’ di onda che via via si spiana. Prestiamo attenzione scapolando Anzio (ci sono allevamenti di pescicultura non segnalati sullecarte e qualche secca innocua da cui però preferisco tenermi lontana). Sistemiamo provvisoriamente il vang (ci salta un grillo e naturalmente ci manca quello della dimensione giusta).

Via via che ci avviciniamo al Circeo – montagna ingannatrice come la maga da cui prende il nome, ti sembra vicinissima e invece il GPS te la da sempre a 16 miglia! – il vento ci si distende da WNW facendoci assumere una bella andatura portante. E intanto si fa sera mentre lentamente arriviamo alla nostra destinazione, il porto di San Felice Circeo.

Ve lo descrivo così come lo descrive il portolano:

Il porto di San Felice Circeo

Il porto di San Felice Circeo

Il porticciolo di San Felice Circeo è protetto da un molo di sopraflutto a scogliera e da un molo di sottoflutto di 215 m banchinato interamente dotato di colonne da ormeggio. Nella parte a ponente vi sono dei pontiletti per l’ormeggio delle imbarcazioni da diporto.
Pericoli: porre attenzione a una vasta secca sabbiosa che si estende davanti l’imboccatura del porto; attenzione con mare proveniente da S – SE.
Orario di accesso: continuo.
Accesso: mantenere le boe arancioni sulla sinistra le quali delimitano il canale di accesso di circa 500 m con profondità di 3 m.
Fondo marino: sabbioso. Fondali: in banchina da 0,80 a 4,50 m. Radio: Vhf canale 09 (h. 24 – Cooperativa Circeo I°).

Naturalmente non perdo la buona abitudine di chiamare sul VHF… ma col cavolo che mi risponde qualcuno! Sulla base delle indicazioni per tenerci alla larga dalla “vasta secca sabbiosa” (1 metro di profondità!) decidiamo – arrivando NW – di seguire il molo di sopraflutto fino a raggiungere la mediana del canale di accesso sul waypoint indicato dal portolano.

Non l’avessimo mai fatto. Appena facciamo per immetterci, senza neanche un minimo di preavviso, ci piantiamo. Per fortuna dolcemente, dal momento che l’andatura era al minimo, ma è stata necessaria una bella botta di retro per uscire.

Da qui comincia una odissea. Individuiamo nel buio della notte un paio di boe arancioni del canale di accesso (ovviamente non illuminato) e con estrema lentezza le raggiungiamo. O almeno ci proviamo! La profondità è al limite per il nostro pescaggio e ce la mettiamo tutta per raggiungere le boe dal lato giusto, tendendo conto della “vasta secca sabbiosa”. La scena è: l’augusto che si avvicina di retro al minimo, pronto a dare marcia avanti per sfuggire alla secca, e io incollata agli strumenti che ripeto la profondità man mano che ci sono variazioni, con la voce che diventa sempre più stridula mentre scendiamo inesorabilmente sotto i 3 metri.

Alla fine imbocchiamo il canale con le boe sulla sinistra. Ma facciamo pochi metri che di nuovo ci piantiamo. Riproviamo, mentre dal molo di sottoflutto qualcuno ci lampeggia con un faro portatile, con l’ottimo risultato di “allumarci” e farci perdere la vista delle boe così faticosamente conquistata.

Riproviamo ancora una volta, un po’ più discosti dalla boe ma stesso risultato. Facciamo un nuovo tentativo e poi un terzo o forse un quarto quando dalla banchina qualcuno di urla di scappare via di là.

Siamo pronti a dare forfait e invitare i gentili ospiti a venire su in tender, a nuoto, col canotto o comunque preferiscano … quando finalmente dalla banchina ci danno man forte. Sono il Cisky e Zipper (arrivati là in macchina) che hanno capito la situazione e al telefono ci dicono di sintonizzarci sul canale 10 dove qualcuno ci avrebbe dato assistenza e guidato a vista.

Ecco come si sono svolte più o meno le comunicazioni:

Imbarcazione Mareluna Imbarcazione Mareluna Imbarcazione Mareluna a torre di controllo.

– Sì Mareluna vi ricevo forte e chiaro. Ora seguite le mie indicazioni

Torre di controllo, ma siete sicuri che entriamo? Abbiamo un pescaggio di 2,30 metri e ci siamo già insabbiati ad ogni tentativo, non ce la facciamo proprio…

– Stai tranquillo Mareluna. In tutto il porto la profondità è di 2,40 metri, al massimo strusciate un poco ma tanto è sabbia. Ora segui le mie indicazioni e riportale al timoniere: accostate quando ve lo dico io. Vi seguo a vista.

Bene. Siamo pronti.

Da qui seguono una serie di indicazioni del tipo accosta a dritta, tieniti sulle boe verdi (le boe verdi!!! e chi cazz* le aveva viste!), stai il più vicino possibile alla riva, tieniti accostato al molo, procedi vicino vicino agli scogli e così via…

La scena è: l’augusto al comando che sente in stereo le indicazioni che io gli ripeto affacciata al pozzetto e quelle che il Cisky gli ripete al cellulare (per fortuna indicazioni consonanti). Io attaccata al VHF a metà della scaletta in modo da poter sentire e ripetere i comandi. Sulla banchina una ammuina di gente (ma che acciderbolina fa la gente su una banchina alle 11 e passa di sera????) che si gusta lo spettacolo.

Insomma, tra un accidenti e l’altro alla fine entriamo. Ringrazio al VHF “Grazie torre di controllo per la preziosa assistenza” e ci ormeggiamo dal benzinaio (sempre con qualche problema di strusciamento sul fondo… e per fortuna che c’è l’alta marea!).

Salto a terra e chiedo al Cisky come aveva fatto a raggiungere la torre di controllo e a dirgli che eravamo in ambasce all’ingresso. Il Cisky mi restituisce uno sguardo a triplice punto interrogativo. Torre di controllo? ma quale torre di controllo! Al VHF era un tipo (evidentemente l’ “esperto locale”  citato dal portolano per ogni porto 😉 che stava sulla banchina e che, in possesso di VHF portatile stava provando da un pezzo a chiamarci sul 16 per aiutarci, traendone la conclusione che fossimo stranieri, visto che non rispondevamo! Ora che ci  penso, mi sembra che ci abbia urlato “andate via… go away” !!!

Insomma, mentre davo il meglio della mia professionalità al VHF, convinta di parlare con la torre di controllo, ero in comunicazione con il classico “primo che capita” !

Beh, devo dire che però conosceva alla perfezione la via di ingresso. Senza il provvidenziale radioamatore probabilmente ci trovavate ancora là a tentare di doppiare in qualche modo l’infernale sistema di secche che ti accoglie al porto di San Felice Circeo.

A proposito, della “vasta secca sabbiosa” di fronte all’imboccatura non v’è traccia là dove è riportata dal portolano (o è stata dragata o si è naturalmente spostata). E anche il canale di accesso è direzionato in tutt’altro verso rispetto a quello che vedete nella mappa (in pratica copia il molo di sottoflutto).

Come dire, se neanche il portolano ti assiste, puoi solo contare sui casuali frequentatori notturni di banchine e darsene portuali!

Pubblicato da: troppitrippi | luglio 23, 2008

quando l’ancora ti lascia

Domenica 20 luglio

E’ ufficiale: la nostra ancora è da cambiare. Anche Zipper a Ponza (con molto meno di 25 nodi di scirocco) ha provato sulla sua pelle che la Bruce da 10 kg di cui è equipaggiata la barca si rifiuta categoricamente di fare presa su fondo di alghe! Non ne vuole proprio sapere di agguantare: ara, semina e raccoglie chili e chili di poseidonia (o qualcunque altra cosa verdastra ricopra i fondali).

Non solo, ma sulla via del ritorno da Ponza, pronunciato il fatidico “salpate l’ancora”, essa disobbediva al comando rimanendo comodamente adagiata sul fondo. A dieci metri di profondità! Il dado che tiene il diamante alla catena pare si sia svitato… forse le vibrazioni, forse un autodafé…

Comunque sia, racconta Zipper che è riuscito a recuperarla grazie all’aiuto del gentilissimo armatore di uno yacht, grande il doppio della nostra Mareluna, battente bandiera maltese… ma timonato da un tipo di nome Giacomo (che con tutta probabilità ha natali al Tufello, ma non per questo meno gentile).

Insomma manovrando con due ancorotti, la nostra Bruce è stata riportata su. Ma ora stiamo vagliando l’acquisto di una nuova ancora. Il sogno proibito è una CQR da 16 kg (750 Euri…). La sufficienza può essere raggiunta con una Delta da 10 kg (spesa intorno ai 150/170 Eur). Il compromesso potrebbe essere una Delta da 16 kg che non dovrebbe fare male più di tanto al portafoglio, diciamo intorno ai 250 Eur.

Veri marinai, esperti armatori, voi cosa consigliate?

Pubblicato da: troppitrippi | luglio 20, 2008

il mio primo mare. forza 5

Venerdì 11 – lunedì 14 luglio

La decisione. Come è stata la vostra prima volta? Intendo la prima volta in cui, ormai felicemente patentati e con qualche miglio sulle spalle, avete deciso di lasciare gli ormeggi da soli. Immagino che in genere la prima uscita sia quella davanti al porto, giusto il tempo di uscire, issare vele e tirare un paio di bordi per poi rientrare, con ancora un po’ di magone, felici e trionfanti al proprio posto barca.

Il Cisky ed io, per la nostra prima uscita da soli, senza assistenza esperta, decidiamo di andarcene all’Argentario, imbarcare lì un paio di amici, fare una puntatina al Giglio e tornarcene in porto a Fiumicino. Totale: 120 miglia e passa di navigazione.

Tutto è pronto. Venerdì ci vediamo in banchina subito dopo il lavoro, il tempo di fare cambusa, dare una lavata al ponte e via, alle 19:30 molliamo gli ormeggi. Da soli. Per la prima volta.

La notturna

di notte navigando verso l'Argentario

di notte navigando verso l'Argentario

Ci aspetta una bella notturna, di quelle ideali, senza vento e senza mare. Impostiamo il GPS, il pilota automatico, i turni e la notte scorre via tranquilla. Ogni tanto si alza una lieve brezza di terra, la randa porta e si può srollare anche il genoa.

Tutto procede. Ci impegnamo a fare il punto nave ogni ora (la navigazione costiera ha le sue insidie), e – addirittura – da Capo Linaro lo riportiamo anche sulla carta (ehm… abbiamo la carta nautica solo da Civitavecchia all’Argentario…).

Alle 5 è giorno fatto e l’Argentario si fa sempre più vicino. Si alza una bella brezza che si stende sui 12 nodi. Spengo motore e tiro a vela fino a Cala Galera. Alle 6, fiduciosa come solo che non è mai stato per mare può esserlo, chiamo il Marina di Cala Galera sul canale di servizio indicato nel portolano. Dice anche “Accesso continuo e assistenza h24”. Mah! sarà… ma al VHF non mi risponde nessuno.

Non importa. I nostri amici saranno lì non prima delle 9, anche 9.30. Diamo ancora davanti al marina. Il fondo è di quelli tranquilli, solo sabbia, niente rocce e niente alghe. E’ calato anche il vento. E così il mio primo ancoraggio in solitaria va a buon fine. L’ancora prende… al primo tentativo!

Riposiamo un po’, mettiamo le life line (i nostri amici hanno due bambini e la prudenza non è mai troppa), ci prepariamo un thè e aspettiamo che qualcuno si svegli a Cala Galera.

La cosa avviene per le 8 circa. Chiediamo un posto in transito per un paio d’ore, giusto il tempo si aspettare i nostri amici e imbarcarli ma, ovviamente, la risposta d’ordinanza è: siamo pieni. Inizia una serrata fase negoziale in cui riusciamo a strappare un ormeggio in banchina per quella ventina di minuti necessari a far salire i nostri passeggeri. Entriamo nel marina, piccoli piccoli con il nostro X 37, mentre cominciano ad uscire cose enormi, in genere a motore a tre piani con attico! Imbarchiamo la famiglia e dirigiamo subito verso il Giglio.

Rotta verso il Giglio

Lara al timone dopo dieci anni!

Lara al timone dopo dieci anni!

La giornata promette bene. C’è una bella brezza che ci porta fino all’isola del Giglio in un paio d’ore. Cerchiamo subito “le cannelle” la caletta indicata anche dal giornale della vela come “ideale ancoraggio in rada”! Ma, accidenti, sarebbe quella??? Siamo davanti a una minuscola rada, di quelle che in due si sta stretti, con un fondale da 15 metri!!! misto roccia! e neanche del tutto riparata dal vento di SW che tirava. Decidiamo che non fa per noi e tiriamo dritti fino a Giglio porto. Qui riusciamo a strappare un ormeggio temporaneo di qualche ora. Giusto il tempo di fare un bel bagno, mangiare qualcosina, fare un giretto. L’acqua al Giglio è veramente notevole: cristallina, e color smeraldo. Fin qui è tutto perfetto, e ne approfittiamo per chiedere consigli su dove dirottare per la notte. L’indomani è atteso uno sciroccone di quelli cattivi. Ci conviene andare subito verso Porto S. Stefano e passare lì la notte in rada, al riparo dallo scirocco.

A Porto S. Stefano dirigiamo verso Pozzarello, una bella caletta  appena fuori dal paese che sembra riparata dai venti da sud. Il fondo è di alghe ma – incredibilmente – anche questo secondo ancoraggio sembra tenere alla grande! Possiamo cenare con tranquillità, fare quattro chiacchiere e finalmente a notte fatta, andare a dormire un po’. I nostri amici – che hanno rimesso piede in barca dopo dieci anni – sono leggermente ansiosi e saltuariamente si alzano per controllare l’ancoraggio. Verso le 3 di notte infatti ha cominciato a soffiare un po’ di scirocco, che però, a parte un leggero brandeggio, per ora non sembra preoccupante.

Lo scirocco. Al mattino la giornata è come da previsioni: cupa, ventosa, che minaccia pioggia. Prepariamo la colazione, sistemiamo le cuccette e, mentre cominciano a venire giù i primi goccioloni di pioggia… l’ancora si speda. Lo scirocco soffia già (nella parte riparata dell’Argentario!) a 25 nodi! In un secondo siamo tutti in pozzetto: io e Marco all’ancora, il Cisky al timone, Lara di supporto per qualsiasi evenienza. Salpiamo l’ancora che tira su una cosa mai vista, una specie di enorme treccione di radici di alghe! Certo che l’ancora teneva: era andata a incastrarsi in questa specie di gomena da nave dei pirati (avrà avuto uno spessore di 15 centimetri!) che però aveva ceduto di schianto sotto la botta di scirocco. Ritentiamo l’ancoraggio, una due, tre, quattro volte… ma non c’è niente da fare: la nostra Bruce non riesce a fare testa sulla fitta prateria di alghe del fondale.

Il tempo intanto peggiora, dirigiamo verso il porto mentre io mi attacco al VHF per trovare un ormeggio, almeno temporaneo. Ovviamente neanche a Porto S. Stefano c’è nulla da fare. Tutto pieno. Tutto prenotato… e se non ti tiene l’ancora o non te la senti di dare ancora in 15, 16 metri di fondale sotto lo scirocco sono problemi tuoi! Alla fine ormeggiamo abusivamente alla banchina comunale (porto vecchio). Facciamo sbarcare i nostri amici (che devono anche organizzarsi per andare a riprendere la macchina a Cala Galera) e continuiamo a telefonare a destra e a manca per un posto in transito.

In banchina

In banchina

E’ già pomeriggio inoltrato quando alla fine, grazie soprattutto all’appoggio a terra di Marco (che contrattava in puro stile levantino), troviamo un posto al Porto Domiziano. E’ della Lega Navale, un posto barca attrezzato per i disabili (nella foto vedete l’argano che consente di far salire a bordo le persone con disabilità) che per quella domenica non è utilizzato. E’ nostro fino alle 9 di domani!

Salvi! Siamo salvi e così rincuorati passiamo il resto della giornata. Il tempo di far mangiare i bambini e i nostri amici decidono di partire. Anche se il tempo sta migliorando, i bimbi sono un po’ stanchi e comunque non si sarebbe tempo di un altro bagno!
Il Cisky ed io, rimasti soli proviamo ad organizzarci per il rientro. Alle 19 lo scirocco cade del tutto, come da previsioni. Ma in compenso per l’indomani è previsto un W forza 5 in rotazione verso NW. Così dice il meteomar sul canale 68. Non mi fido più di tanto e da un Internet point controllo le carte su LAMMA. Oh mio dio! la situazione è preoccupante: dappertutto nel mediterrano occidentale sono in atto violente burrasche, a ovest di Corsica e Sardegna è tutto un W F8 che sicuramente porta onda anche sul Tirreno, in particolare dalle bocche di Bonifacio. Le carte confermano questa ipotesi. Faccio un po’ di calcoli sulla base dell’evoluzione prevista di vento e onda mi sembra che la finestra migliore per partire (considerando che nove ore di navigazione per rientrare ci vogliono tutte) sia verso le 4 del mattino, in modo da precedere, seppur di poco, il forza 5 atteso sotto Civitavecchia.

L’attesa. La sveglia è puntata alle 3:30. Ma io non dormo. A mezzanotte si è levato un vento deciso da N che fa brandeggiare violentemente la barca. Alle 2 sono in piedi per sentire il bollettino sul 68 , sperando in un miracoloso cambio delle previsioni. Alle 3 sono in giro sulle banchine a osservare i movimenti del porto: una barca straniera – marito al timone e moglie alle manovre – si è ormeggiata in banchina incurante delle proteste del guardiano. Più in là un Jeanneau attracca alla banchina del benzinaio. Nelle voci e negli sguardi c’è fatica, stanchezza e preoccupazione. Si vede che è gente che viene dal Mar Ligure, probabimente hanno preso in pieno il forza 7 in atto da quelle parti e ormai sono allo stremo delle forze.

Alle 3:30 si sveglia anche il Cisky: il vento non ha mollato. Meglio attendere che sia giorno fatto. Io non me la sento di affrontare un mare dove non so che vento soffia, di notte.

Il rientro

Alle spalle l'Argentario

Alle spalle l'Argentario

Alle 6 il sole irradia ottimismo. Molliamo gli ormeggi e fiduciosi prendiamo la via del ritorno.
Appena lasciato l’Argentario troviamo onda lunga. Dapprima un paio di metri di onda su cui surfiamo con grande nonchalance, che via via aumenta. Al traverso di Montalto di Castro abbiamo tre metri di onda lunga. A Civitavecchia soffia anche il vento. Che rinforza progressivamente. A Capo Linaro siamo sui 17 – 20 nodi con quasi 4 metri di onda. Che ora comincia ad essere onda da mare vivo.

Il Forza 5 è arrivato. Ma non da W come dichiarato sul bollettino, bensì da SW. E’ libeccio. Una bella libecciata che va a montare (invece di stendere come avrebbe fatto un WNW) le onde dello scirocco di domenica. Dietro di noi, a poppa, si innalzano montagne d’acqua che se poco poco ti fermi a guardarle ti prende un magone da paura. Ma la barca tiene il mare splendidamente, nonostante i timonieri! Al timone continuiamo ad alternarci il Cisky ed io.Ma ancora per poco, so che appena il vento o il mare rinforzeranno un altro po’ per me sarà impossibile tenere Mareluna.
A Capo Linaro siamo pericolosalmente scesi di rotta. Il Cisky si è fatto ammaliare dalla falsa sicurezza del ridosso verso terra. Qui è una zona di secche assassine che si spingono anche diverse miglia al largo. Forse in momenti di calma non sono pericolose, ma con 4 metri d’onda possono essere fatali per la nostra barca. Riprendo il largo quanto più velocemente possibile.
Fuori il vento continua a montare. Ormai dobbiamo ridurre il fiocco. Lasciarne un fazzoletto, una tormentina giusto per stabilizzare. Il rollafiocco decide di incattivarsi irrimediabilmente proprio in questa occasione. Bisogna andare a prua. Il Cisky si fionda mentre io urlo al vento di indossare il giubbino salvagente e agganciarsi alla life-line. Niente da fare non mi sente. Fa avanti e indietro nel tentativo di sistemare il rollafiocco ma non c’è nulla da fare. Si può soltanto ammainare. Da solo, con vento e mare che non vi dico, il Cisky ammaina il genoa, un genova al 130% in pesantissimo dacron che in genere ammainiamo in 3 persone, facendo pure fatica.

Torna in pozzetto stremato (ma fortunatamente torna!) ma deve riprendere il timone. Ormai ci stiamo avvicinando a Fiumicino e le condizioni meteo sono critiche. Non so se si può entrare nel porto-canale. Mi attacco al VHF, tanto per cambiare. Alla fine sul 16 mi risponde la Capitaneria con queste rassicuranti parole: in porto si può entrare, a nostro rischio e pericolo. Comincio a chiedere assistenza per il rientro, ma la risposta è che mi conviene ridossare a Civitavecchia, l’unico porto nel Lazio dove si entra anche con venti dai quadranti meridionali.

Vi lascio immaginare lo sconforto. Siamo prossimi a casa. Vediamo i fanali dell’imboccatura e ci dicono di tornare su a Civitavecchia, che in condizioni normali sono 4-5 ore, con quel mare non meno di 8. E comunque, dopo 12 ore al timone siamo ormai allo stremo delle forze.
Chiamo l’augusto per un consiglio ed un conforto (sono sempre sotto tra cellulare e VHF). Mi dice di fare moltissima attenzione, l’entrata è pericolosa per il frangente che può traversare la barca e mandarla a scogli contro i frangiflutti, ma non dovrebbe esserci barra. La cuginetta IsolaGrande era rientrata un paio d’ore prima (con nostro grande sollievo, visto che l’avevamo sentita chiamare dalla capitaneria per VHF qualche ora prima). Insomma, ricevuti i consigli riemergo in pozzetto.
Giusto il tempo di riferire al Cisky l’informazione critica: “fare attenzione al frangente” che questo si materializza davanti ai miei occhi. E subito dopo sulla nostra barca.

Segue una fase piuttosto concitata. Non appena mi è possibile mi riattacco al VHF sul 16, in contatto radio con la Capitaneria a cui chiedo disperatamente assistenza per entrare. Le comunicazioni sono nel frattempo concitate e confuse. In contemporanea la Capitaneria sta gestendo un’altra richiesta di assistenza, per cui facciamo tutti una grande confusione con le informazioni date/richieste. Mandano comunque una motovedetta che però non può fare altro che rassicurare con la sua presenza. Ci staziona intorno per un paio di minuti e dopo si dirige verso il largo dove presumibilmente c’è l’altra imbarcazione in difficoltà.

L’epilogo. Alla fine, il Cisky decide (il tutto per tutto). Raccoglie le ultime forze. Sceglie il momento e imbocca deciso il canale. Siamo dentro, ma non ancora fuori pericolo! All’imboccatura del canale si scontra infatti il mare, montato dallo scirocco prima e dal libeccio poi, che vuole entrare, e la portata del canale (un braccio artificiale del Tevere) che vuole uscire. Il classico scontro fra titani. E noi in mezzo.
Sulle banchine la gente ammucchiata ci segue con apprensione. Sono tutti in silenzio. Con il fiato sospeso. Avanziamo lentissimamente resistendo agli opposti flutti, siamo sempre più dentro il canale, 100 metri, 200 metri, 300 metri. Scoppia l’applauso. Da un traghetto ormeggiato ci salutano con il segno della vittoria (evidentemente i marinai avevano seguito tutto da VHF). Il nostro Zipper che si era precipitato a darci una mano scatta verso la darsena per aiutarci nell’ormeggio. In banchina ci aspetta anche l’augusto.
E’ finita. E’ davvero finita. Ed è finita bene. Il mio primo mare forza 5 si conclude qui. Con un aperitivo al bar.

Le lezioni apprese

Direi che l’esperienza è stata grandemente istruttiva. Ho appreso un sacco di lezioni. Ecco le principali:

1) navigare sempre con le carte. Il GPS non è la stessa cosa. La rotta va studiata prima perché ci possono essere mille piccole insidie lungocosta che sul GPS non vedi immediatamente.

2) all’ancora si fanno i turni. A meno che non ci sia completa calma di vento, è sempre bene controllare la tenuta dell’ormeggio.

3) in Italia non esistono “posti in transito” per chi naviga davvero (sono sempre prenotati con mesi di anticipo e quindi non sono posti in transito e quindi non ci sono per chi ne ha davvero necessità)

4) in mare sei da solo. Ci sono situazioni in cui nessuno a parte te stesso ti può aiutare.

Pubblicato da: troppitrippi | luglio 10, 2008

delfini ad Anzio

Il segnale è di quelli positivi: i delfini frequentano anche le acque laziali che chissà, forse sono meno inquinate e fetenti di quanto generalmente si pensi. Il felice incontro è stato filmato dal nostro Zipper che qualche week end fa con Mareluna ha fatto rotta verso Ponza.

Al rientro verso Fiumicino, ecco il “delfino curioso” che si è messo a giocare sotto la prua:

Pubblicato da: troppitrippi | luglio 7, 2008

pescaggi e tonneggi

Pinna Bianca sul suo blog di cazzate e lascate ha postato oggi questa bella news (a proposito, Pinna, l’hai categorizzata come cazzata o come lascata? 😉 :

Non è poi più una novità, almeno per i più informati, che per la prossima stagione si prevede l’entrata in scena dell’ STP 65. Il pescaggio è di 4.6 metri e, a detta di Paul Cayard, con 12 nodi di vento di bolina fa 10 nodi!

Ma dico, non vi fa venire un po’ di invidia? non intendo per il fortunato armatore (se se la può permettere vuol dire che ha già avuto tutto dalla vita…), ma per l’insieme dei fortunati velisti, skipper, regatanti, armatori che hanno porti dove puoi ormeggiare anche se hai la bellezza di 4,60 m di pescaggio!!!

Giusto per capirci, ecco come dobbiamo rientrare noi con il nostro X-37 (pescaggio 2,30 m) quando la marea ci porta via quei 10 cm di margine:

Tonneggiando sul boma per sbandare la barca

Tonneggiando sul boma per sbandare la barca

Pubblicato da: troppitrippi | luglio 2, 2008

noi, velisti frustrati

Ehi, era da un po’ di tempo che non frequentavo queste acque! Per qualche giorno me ne sono stata a spasso ad ammirare le Colonne d’Ercole (ahimè, purtroppo solo dalla terraferma), là dove il Mare di Alboran si confonde con l’oceano mare e l’Africa è così vicina che quasi la tocchi con le mani (per i precisini che sono in noi, sono esattamente 14,5 miglia nel punto più stretto, da Punta d’Europa al suo corrispettivo made-in-maroc…! )

Poi come sempre accade, per un giorno di vacanza tocca lavorare il triplo per i dieci giorni successivi!

Tra un accidenti lavorativo e l’altro, però, non manco mai di fare una visitina ai miei blog preferiti (quelli che trovate a dx nel blogroll)… e vi dirò che mi sorprendo ogni giorno di più. Per due ragioni che ovviamente vi enuncio:

1) la prima è che sono tutti (o quasi) blog particolarmente prolifici: trovo post freschissimi di giornata più o meno ogni giorno

2) la seconda è che ne scopro sempre di nuovi… una comunità di velisti, marinai, navigatori, skipper e regatanti che neanche su una bachina in piena estate a Cala Galera ne incontrate tanti!

E allora la considerazione è spontanea: noi velisti per caso, per amore, per svista o per passione non sappiamo proprio stare lontano dalla vela. Scritta o vissuta, sognata o praticata, raccontata o piratata, siamo sempre qui a parlarne!

E quindi ne approfitto per segnalare due blog: uno è un classico, il VelaBlog del Mistro , che ne sa veramente una più del diavolo su ogni aspetto della pratica velica e scova novità da tutto il mondo, comprese le allegre ballerine di lap dance che allieteranno i partecipanti alla Skandia Cowes Week (a proposito, io sono libera per quel periodo… se vi serve – indifferentemente – una lap dancer o una scimmia da mandare in testa d’albero, fate un fischio! ).

L’altro, che mi ha dedicato un simpatico post, è Verysailing, un blog di cazzate e lascate con una imperdibile sezione di esilaranti sfottò e altre amenità sul tema vela e velisti!

Cmq… in attesa di riprendere in mano scotte, cime, drizze e timone… fatevi una bella navigata su queste pagine!

E mi raccomando… stay tuned!

Pubblicato da: troppitrippi | giugno 17, 2008

rollafiocco e altre facili manutenzioni

In barca vige la “legge del maiale”. E cioè non si butta via niente! Una drizza lisa acquista nuova vita come cima da ormeggio. Cimini e cimette diventano stroppetti-buoni-per-ogni-evenienza almeno finchè conservano la dimensione minima che è quella sufficiente a farci una gassa più una decina di centimetri!

La barca è sicuramente costosa: costa comprarla, costa mantenerla e costa manutenerla. Ma in un certo senso avere una barca ci riporta ad un più naturale rapporto con le cose. Un rapporto funzionale che tende ad allungare il ciclo di vita delle cose. Insomma, un rimedio contro il consumismo e il mi-conviene-comprarlo- nuovo-piuttosto-che-ripararlo.

Soprattutto in questo periodo mi piace andare in darsena ad osservare “gli armatori” impegnati in tutta una serie di manutenzioni fai da te e pronti a dispensare consigli di ogni sorta, come si usa tra gente di mare! Anche noi non siamo da meno (sul fai da te, non sui consigli!), anche se ci manca l’esperienza da armatore vero, e quindi questo fine settimana siamo andati in barca con due obiettivi: rabbocco olio motore e controllo del rollafiocco.

Il primo lo abbiamo miseramente fallito: aperto il motore da tutti e tre i vani di accesso ci siamo ritrovati davanti a tre tappi, tutti uguali e tutti con scritto “oil” ! E ad occhio visto che l’olio motore non è lo stesso olio che serve per l’inverter, magari è meglio non mischiarli! Aspetteremo-il-meccanico …

Anche il secondo obiettivo si è rivelato ostico. La nostra barca ha il tamburo del rollafiocco (che credo sia un ProFurl) sotto il piano di coperta, in pratica dentro il gavone dell’ancora. Il problema che abbiamo notato in crociera (in regata ovviamente non usiamo il rollafiocco) è che non si rolla, ha difficoltà ad avvolgere la vela azionando soltanto la sua scottina. Occorre che qualcuno vada a prua ad aiutare manualmente l’avvolgimento, il che se hai vento, mare ed equipaggio poco esperto può essere problematico!

Ora, da profani abbiamo avanzato due ipotesi: la prima è che essendo la sua posizione infelice, magari la scotta non arriva con l’angolo di 90° che invece dovrebbe avere per addugliarsi correttamente sul tamburo. E questo in parte è vero, nel senso che si forma una “mappazza” che impedisce la regolare rotazione del tamburo. La seconda è che questo dipenda (anche) dalla dimensione della scottina. Noi ne abbiamo una da 8mm… ma, appunto, per la legge del maiale, prima di sostituirla con una da 6mm dobbiamo essere certi che il problema sia anche questo!

Ma anche qui, da profani, abbiamo interpellato un esperto manutentore di rollafiocchi (che verrà a vedere dal vivo). L’esperto in effetti ha avallato queste due ipotesi e ne ha aggiunte un altro paio: una innocua… l’altra terrificante come prospettiva.

L’ipotesi “innocua” è che una ulteriore aggravante possa essere legata alla tensione della drizza del genoa: una drizza troppo tesa “sposta” la vela e il tamburo verso l’alto modificandone l’assetto, e comunque aumentando l’attrito.

L’ipotesi terroristica è che “il male si annidi dentro” ! e cioè che si possa essere verificato il temibile “strefolamento” dello strallo (aaarrrrrghhh !!!!) … non voglio neanche pensarci!!!

Cmq, se qualcuno ha consigli da dare alla nostra scombinata combriccola di quasi-armatori, sappiate che sono bene accetti!

Pubblicato da: troppitrippi | giugno 16, 2008

si può imparare l’oceano?

Io non ho paura del mare. Eppure, sebbene sia anche il mio sogno (come del resto quello di ogni marinaio degno di questo nome), non potrei avventurarmi alla volta dello sconfinato oceano mare. Non da sola sicuramente. Di certo neanche con qualcuno che, pur abile navigatore del Mare Nostrum, non lo abbia già affrontato almeno un paio di volte, sulle rotte dei venti portanti e sulle rotte che corrono alle latitudini più alte, con i venti contrari.

E mi chiedo, ma come si fa a imparare l’oceano? Come si fa ad affrontarne per la prima volta il respiro infinito? L’oceano non è mai “calmo”, è una enorme massa in movimento, è una cosa viva e potente. Provate ad affacciarvi su una scogliera a picco sull’oceano in una giornata di calma di vento, e magari scegliete un posto di quelli che vi fanno immaginare di essere sul limes estremo (Cabo de Sao Vicente in Algarve, Land’s end in Cornovaglia). Anche in questi momenti di apparente quiete, anche se la superficie dell’acqua è immobile, riesci a sentire l’oceano e la sua forza sconfinata.

E allora, come si fa ad imparare l’oceano?

Forse è che anche io sono permeata di questa attitudine tutta contemporanea a proceduralizzare, medicalizzare, riportare tutto a formule note. Oggi per fare qualunque cosa devi seguire un corso: non è pensabile che tu affronti una esperienza senza che nessuno (il quale in genere non è un esperto della cosa ma un esperto formatore !!) ti abbia insegnato come farlo.

Non credo che Colombo, Vespucci o Magellano abbiano seguito un corso tipo “grandi navigatori si diventa” o roba del genere. Immagino che abbiano sentito il richiamo e semplicemente mollato gli ormeggi. Così come, leggendo uno splendido volume sulla storia dello yachting e degli yacht, apprendo che attraversare l’oceano per aristocratiche sfide veliche era una cosa normalissima all’inizio del secolo, quando gli americani sbarcavano a Cowes per la settimana velica, o gli inglesi ricambiavano la cortesia veleggiando alla volta del new england.

Oggi sembra una impresa. Una sfida comunque epica. Mi chiedo come può essere l’attimo in cui – citando a sproposito Erri De Luca – stacchi l’ombra da terra e abbandoni orizzonti a te familiari.

Cosa si prova quando ci si abbandona all’oceano…

Ecco ho lanciato una bottiglia in mezzo al mare. Chissà se qualcuno la raccoglierà mai per raccontarmi come è stata la sua prima volta… come si è preparato… se lo ha fatto con impavida determinazione o con noncurante incoscienza…

Veri navigatori, superbi marinai… vi aspetto su queste pagine!

Pubblicato da: troppitrippi | giugno 13, 2008

couscous crociera e cambusa

In poche, pochissime cose posso vantare una solida esperienza. Una di queste è l’organizzazione di: ricette-veloci-con-quello-che-si-trova-in-dispensa-senza-premeditazione! Allora ecco qualche consiglio che mi sento di darvi per cominciare a organizzare la cambusa della vostra prossima crociera.

Innanzitutto le spezie. Non lesinate. Acquistatene in grande varietà. In purezza o in miscela, vi aiuteranno a rendere qualunque schifezza esca dai vostri fornelli un po’ meno schifezza… 😀

Il consiglio è di sceglierle di qualità, meglio ancora se avete provveduto ad essiccarne di vostre. Oppure fatevene spedire o acquistare da amici nei posti di produzione: l’origano dalla calabria, il timo e la maggiorana dalla liguria, l’alloro lo trovate nel giardino del vicino, la mentuccia quella romana, il peperoncino intero e macinato ancora dalla calabria, il rosmarino se non ce l’avete sul balcone siete proprio dei pirla, il ginepro va bene quello commerciale, così come il pepe nero in grani e il misto di spezie quattrostagioni. Una miscela di spezie provenzali acquistatela on line da siti specializzati (non ve ne pentirete). Portate anche del curry (che vi serve per fare dell’ottimo riso pilaf… ma questa ricetta ve la do in un prossimo post). Non dimenticate i capperi di pantelleria artigianali sotto sale (non in salamoia). La salvia invece trova meno applicazioni, almeno nelle crociere d’estate… è un aroma più invernale. Basilico e prezzemolo rigorosamente freschi. E non dimenticate dei pinoli, anche questi possibilmente liguri o toscani oppure raccolti dai vostri bimbi dove è capitato. E l’aglio (è salvifico in innumerevoli situazioni) e un mazzetto di cipolline fresche e cipolle rosse di Tropea (diffidate dalle imitazioni).

Ma ecco, senza divagare ulteriormente, vengo al tema del post: il couscous. In pochi ci pensano ma il couscous è una base ottima per preparare mille ricette deliziose ed estive. Si trova già precotto per cui bastano pochi minuti per averlo pronto. Per lo stesso motivo non dovrete sporcare più di una insalatiera e/o una padella capiente per prepararlo. Occupa poco spazio e sfama un sacco di persone.

Io ne ho una scorta. Vi consiglio quelli della Sammy’s: biologici, vegetariani e aromatizzati in una dozzina di modi diversi (menta limone e prezzemolo, spezie mediterranee, spezie provenzali etc.). Ovviamente non fatevene mancare anche quello non aromatizzato.

Con il couscous potete organizzare degli ottimi taboulè: basta aggiungere ortaggi freschi o grigliati, della feta, dei legumi tipo ceci o lenticchie di quelli in vasetto di vetro, rondelle di cipolla fresca, immancabili pomodorini… ed il gioco è fatto.

Ad esempio: couscous integrale, zucchine, peperoni e melanzane grigliate (o anche spadellate velocemente tutte insieme con un filo d’olio a fiamma viva), pomodorini, cipolla di tropea e basilico fresco.

Oppure: couscous ai profumi mediterranei, pomodorini, ceci in vasetto, cipollina bianca, cetrioli e basilico.

Quello alla menta e limone ve lo consiglio con zucchine saltate, feta e un’ombra di spezie quattro stagioni (pepe nero, pepe rosa, pepe verde, pepe bianco). Come variante provate con zucchine fresche tagliate a julienne con la mandolina e gamberetti (quelli norvegesi in salamoia sono ottimi da portare in barca).

In alternativa, se non volete farne un piatto unico, potete usarlo come accompagnamento per il pesce che sono certa pescherete con le vostre mani 😀

Insomma, a seconda del gusto (fatevi guidare dagli odori per gli abbinamenti) verranno fuori dei piatti unici veloci e appetitosi!

Buon appetito

Pubblicato da: troppitrippi | giugno 13, 2008

le rotte di alisea

Alisea l’ho vista. Ormeggiata a Fiumara che è – a modo suo – il più grande harbour non dichiarato di questo lato del Mediterraneo. Forse ci sono anche passata sopra in qualche occasione per arrivare dalla nostra barca ormeggiata in quarta fila alla banchina.

Alisea l’ho vista. E non ho potuto fare a meno di notare quanto fosse strano quello scafo. E tozzo. E con linee fuori standard rispetto alla media dei Jeanneau o dei Beneteau, dei Bavaria o dei Comet che popolano l’invernale di Fiumicino.

Alisea l’ho vista. E ho pensato che fosse una delle tante barche che arrivano a Fiumicino con qualche anziana coppia di australiani, di neozelandesi o di altra strana gente che getta l’ancora in Italia dopo aver solcato gli oceani e finisce per comprarsi un attico con terrazza a Trastevere.

Alisea l’ho vista. Ed ora ho scoperto la sua storia.  Che per certi versi è anche più avventurosa di quanto avessi immaginato.

Alisea è la prova vivente della follia delle persone. Si tratta di un barca autocostruita in acciaio da Roberto Pergus Pergomeno che ad un certo punto della sua vita decide di lasciare le “solide certezze” (o forse le solite certezze) della cantieristica di serie per fare una barca a sua immagine e somiglianza.

Vi invito a leggere la storia appassionante della sua progettazione e costruzione. Con i dubbi, i pensamenti e i ripensamenti, gli inconvenienti, l’umana solidarietà che ha o non ha trovato.

Io l’ho trovata una storia coraggiosa. Scritta diretta e interpretata da uno che di certo ha qualcosina in più di un pizzico di follia dentro!

Prendetevi qualche minuto e leggetela tutta su ilviaggiodi alisea.it !

Buon vento Alisea!

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